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Una sedia per l’Anima

Ho letto questo libro molto presto, credo fossero i primi anni 90.
Questo è un tema di quei tempi, ritrovato nel tritacarne del recente trasloco.
Avevo da poco frequentato un corso di numerologia e un seminario con Niro Markoff.
Avanti veloce fino al 2000 o poco più, quando incontro Marco Arjuna Simontacchi frequento un suo gruppo Yoga in cui invita a leggere questo libro.

Certo ingenua e datata, ma questa vecchia analisi mi ha fatto pensare che ogni cosa che cerchiamo è già nostra, ed è circolare.

Un importante fisico nucleare statunitense, Gary Zukav, nel suo libro  Una Sedia Per l’Anima sostiene che

la sofferenza dell’uomo è proporzionale alla distanza fra il percorso della sua anima e quello della sua personalità

Curioso che un figlio della formazione scientifica, proiettato in avanti nel vortice del progresso, si occupi di anima e personalità. Ciò mi ha fatto pensare. E devo convenirne, ha ragione. Oggi lo schema dello sviluppo di un individuo può essere così riassunto: dal momento della nascita fino ai 4/5 anni siamo curiosi ricettivi verso tutto quanto ci circonda ci succede, fiduciosi nella vita e in ciò che ci riserva.

Avviene però intorno a questa età quel primo avvenimento negativo che fa crollare l’illusione infantile e cominciamo a renderci conto che la vita non è poi quel giardino meraviglioso che abbiamo sempre creduto essere. Cominciamo così a prendere delle decisioni necessarie per la sopravvivenza del bambino ma che nascono dei suoi limitati strumenti conoscitivi. Questo meccanismo si perpetua nel tempo e le decisioni stagnano, sempre più inconsce, sempre più distorte e con il passare degli anni, fino a costituire quella pesante armatura che ci accompagna giorno dopo giorno e che ci impedisce di vivere nel più profondo e completo senso della parola.

Non c’è nulla di nuovo in tutto questo altro non sono che i fondamenti della Gestalt, ma un importante passaggio della mia comprensione è avvenuto quando ho collegato questi presupposti alle due affermazioni riguardanti i giovani alla società, da cui il titolo del tema è partito.

Quella che ho chiamato metaforicamente armatura diventa un filtro potentissimo attraverso cui passa tutto ciò che oggetto della nostra percezione, per essere smussato, sminuzzato, digerito più volte prima di finire il giudicato faccio che ci piace o faccio che non ci piace, fra il sì o il no. Questo processo di filtraggio e di giudizio viene normalmente messo in pratica qualunque realtà ci si presenti: ecco la nostra personalità, un incredibile dispendio di energie che ci toglie il permesso di sentire e vivere appieno l’esperienza umana. Forse, se invece di impiegare le nostre forze e quello dell’avvenimento che ci incontra per scandagliare le componenti di quell’imponente filtro sulle quali basare l’accettazione o la negazione delle cose, ci permettessimo di viverla nella sua totalità allentando quel filtro e lasciando cadere la cosa nel mezzo né verso il fine verso il no, avremo modo di ascoltare magari soddisfare anche i bisogni di quell’anima che altrimenti rischia di continuare a vivere all’ombra di questo ridicolo circolo vizioso.

Questa premessa fa si che emergano lampanti le ragioni del disinteresse generale nei confronti di tutto ciò che a che vedere con l’arte o con la cultura, espressioni massimo e non che eterne di quelle emozioni che possono risiedere solo nell’anima, non certo in tutte le costruzioni mentali con le quali ci schermiamo dall’esperienza. È chiaro che avendo giorno dopo giorno sedato la nostra capacità di sentire ad un livello un po’ più profondo di quello puramente fisico, sebbene probabilmente con le migliori intenzioni di autodifesa, siamo sempre più indifferenti alle manifestazioni che colpirebbero quell’emozionale fagocitato da un mentale potentissimo che a sua volta cerca di sopperire alla propria disconnessione spirituale, non ha più ricettori attraverso cui percepire l’informazione esterna.

È proprio in questo senso che sono pienamente concorde con il ritenere la società che ci siamo costruiti causa prima di tutto questo meccanismo di limitazioni: alienazione continuo a cui siamo soggetti dal momento stesso della nascita e linfa vitale per quel mentale che cresce a dismisura, decisione dopo decisione, fino ad assumere l’immagine di un enorme piovra che ad ogni esperienza produce un nuovo tentacolo con cui stritolare l’emozionale ed il peso enorme di questa anomalia ricade sul nostro misero corpo fisico che ne paga le conseguenze.

Come si può chiedere a individui che hanno ricoperto di tentacoli il loro corpo emozionale di provare una qualsiasi sensazione di fronte ai versi di un grande universale o di permettersi di farsi attraversare dalla vibrazione di un’opera d’arte figurativa? Ciò riguarda sì i giovani in particolare, perché formatesi in questo becero tempo, ma non ne sono esonerati gli appartenenti alla generazione precedente in quanto in nessun modo pongono freno a questo cammino in difesa, anzi hanno contribuito allo sviluppo spropositato di questo mostruoso mentale che ci impedisce di vivere le emozioni. Per giunta, la pressione continua qui siamo sottoposti da chi ci precede in termini di istituzioni, famiglia, scuola, lavoro, non consente veramente di fermarsi a pensare, di concentrarsi su quanto del nostro potenziale stiamo mettendo in gioco, valutando quindi l’impegno che stiamo realmente mettendo in ciò che facciamo. Perché se lo facessimo avremo paura e tutto ciò che abbiamo amputato ridotto ai minimi termini. Ci renderemo conto di avere ridotto a moncherini i ricettori delle emozioni per poi soffrire immensamente del loro parziale o nullo funzionamento. Vedremo quindi una volta per tutte la gabbia che abbiamo costruito noi stessi come individui e come nucleo familiare e come società.

Il risultato è che continuiamo a voler rimanere ciechi di fronte alla nostra situazione, vittime di questa solenne presa in giro, ma anche giullari di fronte a noi stessi e non sappiamo andare oltre l’apparenza delle cose e il giudizio pur sapendo che finché non lo facciamo continueremo a soffrire e ci impegneremo di vivere.

Il paradosso e poi sta nel fatto che tutta questa costruzione non è nemmeno per un attimo riuscita a impedire al dolore e alla sofferenza di penetrare fino a raggiungere il nostro emozionale, prova ne sono le pressioni che ha raggiunto livelli epidemici nel mondo moderno e le nevrosi che ormai passano per comportamenti sociali normalmente tollerati.

Se ci prendessimo il tempo di guardare dentro di noi e trovare quello spazio di silenzio che ci rimette in comunicazione con la nostra parte più elevata, vedremmo ripristinato il collegamento con la nostra anima.

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