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Riflessioni sul viaggio nel Kriya Yoga di Babaji

Ero da molto tempo studente di Raja Yoga quando un’amica comune, che lavora con i cavalli, mi presentò ad Arjuna nella mia piccola città.

[Ho sentito il nome di Babaji anni prima da un amico di vecchissima data, una specie di sadhu locale che ogni anno andava in India, che mi raccontò una storia di un suo incontro con Babaji sulle montagne. L’Autobiografia è sempre stata in casa, l’ho aperta ma non l’ho mai letta. L’ho fatto solo molti anni dopo, l’intero libro in una notte durante la seconda iniziazione, la prima volta in Italia.]

Quando ho partecipato alla prima iniziazione, anche l’amica comune partecipava per la prima volta. Ho subito sentito che il poco che sapevo di yoga fino a quel momento cominciava ad avere un senso e una prospettiva completamente nuova e più ampia era a portata. Mi sono trovata molto presto coinvolta nell’aiutare a dimostrare le posture, probabilmente fin dal primo seminario. Ho iniziato a praticare le tecniche e ne ho parlato con entusiasmo ai miei amici nello yoga. Alcuni erano interessati e hanno iniziato a partecipare, quindi ho ripetuto i seminari e con il tempo ho iniziato ad assistere Arjuna in modo stabile.

Nel 2010 viene fondata l’associazione culturale Kriya Yoga Sangha, da Arjuna e da un piccolo gruppo di noi. Poco dopo, apparentemente senza motivo, mi viene chiesto di insegnare yoga in una palestra locale e ricordo di essermi rivolta ad Arjuna per chiedere consiglio. Ho accettato l’idea di condividere semplicemente ciò che era stato così rivoluzionario per me. Ben presto arrivarono altre richieste, l’insegnamento si trasformò in un nuovo percorso di apprendimento e parte della mia occupazione. Non so quando ho capito che cosa stava succedendo era coerente con gli oggetti delle mie meditazioni Kriya.

Da oltre 10 anni curo traduzioni e pubblicazioni sul Kriya Yoga di Babaji e del Siddha, come una parte significativa della mia formazione e dello sviluppo di un certo grado di discernimento. Nel frattempo abbiamo attraversato un decennio di silenzioso sforzo incessante con seminari e pubblicazioni, assistendo a una costante crescita di visibilità e interesse per il Kriya Yoga di Babaji in Italia, passando dal faticare per avere un’iniziazione di primo livello ad avere un programma di formazione completo e nuovi volontari nel associazione.

Probabilmente sono passati 12 anni dalla mia prima iniziazione quando sono stata invitata a partecipare al seminario di terzo livello ed è stata davvero un’esperienza rivoluzionaria, anche perché potevo davvero concentrarmi, non essendo coinvolta in nessun aspetto dell’organizzazione. Al ritorno mi sono ritirata dalle regolari lezioni di yoga perché sentivo il chiaro bisogno di riorientare i miei sforzi verso il Kriya Yoga di Babaji. Avevo anche bisogno di approfondire il mio studio e la mia pratica personale. Inoltre, avevo appena scoperto il potere di fare il diario della sadhana ed ero entusiasta!

Ho semplicemente seguito ciò che mi sembrava giusto e non molto tempo dopo M.G. Satchidananda mi ha invitato a iniziare la preparazione personale in prospettiva dell’addestramento da acharya. Gli ultimi due anni sono stati un viaggio interiore e un mezzo per riempire una tazza da cui continuavo a versare, verso l’esterno. Sono stati due anni di profondo e costante processo di integrazione tra circostanze esterne e spinte interiori. Ci sono stati grandi cambiamenti e sfide da affrontare e spesso mi sono sentita inadeguata all’impegno di una sadhana così intensa e regolare, specialmente quando i cambiamenti diventavano terremoti. Spesso mi incolpavo, come se non stessi facendo abbastanza o non abbastanza bene, prima di rendermi conto che il modo in cui stavo praticando cambiava e agire consapevolmente era coerente con la sadhana, semplicemente informale. L’idea della separazione tra pratica e vita ha iniziato a sfumare.

Vedo il processo di permettere alle cose di accadere, di seguire i segni dell’intuizione, l’ho visto tante volte “programmando” i seminari di iniziazione ed è anche un filo rosso che collega molti aspetti della mia vita. A volte mi sono chieste se avessi una volontà propria. Più tardi ho iniziato a sentire una volontà più grande con cui posso sintonizzarmi e sulla cui base, agire.

Oltre ad arrendersi a questa Volontà, se devo trovare un perché dietro l’assunzione della responsabilità di essere un acharya, probabilmente sta nel potere che questi preziosi strumenti portano con sé, affinché uno possa iniziare il processo di liberazione ed espressione delle proprie facoltà latenti, trasformando la percezione e il significato della propria esperienza di vita. E nel concreto impatto sociale e globale che questa liberazione comporta, un individua alla volta. Fuori dai tempio moderni, nelle nostre case. Qui avviene la trasformazione alchemica.

L’ho visto accadere su piccola scala intorno a me e intorno a praticanti sinceri ed è per me il dovere più importante fare la mia piccola parte per renderlo possibile al maggior numero di persone possibile.

#gratitudine
#tamasomajotirgamaya

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